Quel polimero che solca i mari

Premiato all’Italia Camp 2012, il progetto Nautic Air – portato avanti da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Bari – adesso cerca capitali per avviare lo spinoff

I ricercatori di Bari devono aver preso alla lettera il verso dantesco che si legge sul simbolo del loro Politecnico: “De Remi facemmo ali” recita. È Ulisse a parlare attraverso Dante. Il volo della loro imbarcazione è quello che la scienza ha tradotto come una metafora di se stessa: una spinta senza freni verso la conoscenza e l’innovazione, con i suoi rischi e le sue incognite.

Una corsa folle, come folle era il volo dei compagni dell’eroe di Itaca. Dai materiali superidrorepellenti, di cui abbiamo già parlato in uno dei primi post su questo blog sul tergicristallo che si pulisce da solo, è nata una tecnica capace di rendere più agile anche la navigazione: Nautic Air. Più veloce, non proprio come il volo, ma quasi.

Si tratta della stessa nanostruttura porosa che permette alle gocce d’acqua di scivolare via. Forse è stato il mare che bagna le coste del capoluogo pugliese a suggerirgli le navi come possibile applicazione. «Lo abbiamo pensato un po’ tutti», racconta Rosa Di Mundo, 35 anni, che guida il gruppo di ricerca, «le carene possono essere rivestite di questo materiale portando un immediato vantaggio alla navigazione». In termini di velocità, se si considera la riduzione dell’attrito. Ma anche in termini economici. Meno resistenza all’acqua significa meno spinta necessaria per muovere l’imbarcazione. Con un risparmio energetico in termini di costi di carburanteche va dal 30 al 70 per cento.

La procedura è piuttosto semplice. Il polimero può essere applicato con la nave in secca, spiegano i ricercatori. Fornire le darsene degli strumenti necessari è solo una questione di volontà, non servono competenze particolari. Lo “scotch” idrorepellente resiste all’azione corrosiva dell’acqua di mare per un anno, per poi essere sostituito quando la barca va in manutenzione. Difficile in questa fase stabilire il prezzo per un privato. Ma, assicurano i ricercatori, non dovrebbe essere proibitivo. I costi di gestione per la produzione del polimero sono contenuti, confermano gli scienziati, e comunque minimizzati dalla produzione su vasta scala.

Una tecnologia che potrebbe interessare non soltanto ai privati. Ogni tipo di imbarcazione potrebbe essere ricoperta dal polimero brevettato a Bari, non avendo limiti in relazione ai materiali di cui la barca è fatta. Anche i pescherecci. «Tra le varie applicazioni possibili alla nautica, abbiamo pensato anche alla pesca. Questo brevetto potrebbe limitare i costi delle uscite delle barche, aiutando l’economia di un settore in crisi per l’alto costo del gasolio», conclude Rosa Di Mundo.

Le ricerche sono cominciate nel 2009. Nel 2012 il Nautic Air, il nome del progetto, è stato premiato all’Italia Camp 2012. Conclusa la fase sperimentale, ora per i ricercatori è il momento di cercare degli investitori in grado di produrre il loro polimero su scala industriale. In questi mesi sono cominciati i primi contatti con alcuni venture capitalist per mettere le ali al progetto, questa volta dal punto di vista industriale, e per consentire al loro spinoff universitario di diventare una realtà imprenditoriale.